Il sincero affetto per Charles Leclerc

Quando si pensa alla Formula 1, difficilmente la prima immagine a venire in mente non è una Ferrari, la scuderia più prestigiosa e vincente di tutte, quella che tutti vogliono. Essere un pilota Ferrari non è mai semplice, si è costantemente sotto pressione, costretti a vincere e non sbagliare mai, anche se quest’anno stiamo assistendo a qualcosa di più unico che raro, ad affiancare Vettel c’è Charles Leclerc, 21 anni, monegasco, al suo secondo anno in Formula 1 che sembra aver fatto breccia nel cuore dei ferraristi come quasi nessuno mai. Perché? Per rispondere a questa domanda bisogna prima capire cosa la Ferrari è, e cosa rappresenta. La Ferrari rappresenta l’eccellenza della Formula 1, è il sogno nel cassetto di tutti i piloti, è quel passo, nella carriera di un pilota, che ti fa passare da campione a leggenda, non a caso è la scuderia più vincente di sempre sia tra i costruttori, sia tra i piloti. Le vittorie, però, in questo sport, sono sempre frutto del binomio pilota auto, e per quanto la Ferrari rappresenta il meglio per ogni pilota, la Ferrari stessa è quasi obbligata a scegliere il meglio che c’è su piazza, e forse escluso solamente Ayrton Senna, la “Rossa” li ha avuti tutti. Se risulta quindi semplice tessere le lodi di questa scuderia, va però osservato anche il rovescio della medaglia, ovvero che essere un pilota Ferrari non è mai stato semplice per nessuno, perché se la Scuderia sa che macchina offre e che risultati si possono ottenere, i tifosi ferraristi non concedono nemmeno il minimo errore.

E’ ovvio che avendo sempre avuto il meglio, i tifosi si aspettino da chi arriva che sia all’altezza del precedente se non meglio, motivo per il quale in Ferrari solitamente chi arriva porta in dote podi, vittorie e mondiali, è il biglietto da visita da presentare ai tifosi, è stato così negli anni per i vari Lauda, Andretti, Prost, Mansell, o più recentemente per Michael Schumacher, Raikkonen, Alonso fino ad oggi con Sebastian Vettel. L’arrivo di campioni già affermati, o comunque di gente che ha buona confidenza col gradino più alto del podio, hanno sempre generato grande esaltazione nel popolo ferrarista, che si è trovato spesso il gradito “compito” di sostenere il migliore, o uno dei migliori, e di conseguenza per un pilota c’è sempre tantissima pressione da reggere, perché una volta che sei nell’élite, che fai parte della crème de la crème dell’automobilismo, non puoi sbagliare, non ti è concesso, è così ed è stato cosi per tutti, o quasi. Questo “quasi” porta un nome ed un cognome: Gilles Villeneuve, 27 anni, canadese, arrivato in Ferrari nel 1977 dopo appena una sola gara corsa in Formula 1 con la McLaren. Gilles arrivò in sordina, prese per due gare (concluse, a dir il vero, una peggio dell’altra) il posto di Niki Lauda che lasciò la Scuderia appena ottenne la certezza matematica della vittoria del mondiale piloti, e venne poi, sorprendentemente, confermato per la stagione successiva. La peculiarità di Gilles è che per lui non c’era tifo, c’era affetto. I ferraristi volevano bene a Villeneuve come se fosse un amico o un parente, lui era un ragazzo con la faccia pulita e il sogno di correre con i migliori, e come i tifosi provavano affetto per lui, lui ne provava altrettanto per loro, correva quasi più per farli divertire che per se stesso, oltre ad essere un vero e proprio leone in auto che mai si arrese a nessuna difficoltà. La storia tra Gilles Villeneuve, la Ferrari e i ferraristi non fu una storia di grande successo (“solo” 6 vittorie per lui), ma fu una vera e propria storia d’amore, che tutt’oggi viene ricordata, forse anche più del Mondiale vinto da Jody Scheckter nel ’79 proprio su Ferrari (proprio davanti a Gilles). Purtroppo la storia terminò tragicamente nell’82 quando Villeneuve morì nel circuito di Zolder durante le prove libere del gran premio. Per lui spese delle dolcissime parole addirittura il “Drake”, l’illustrissimo Enzo Ferrari, riportando testualmente: “Il mio passato è pieno di dolore e di tristi ricordi: mio padre, mia madre, mio fratello e mio figlio. Ora quando mi guardo indietro vedo tutti quelli che ho amato. E tra loro vi è anche questo grande uomo, Gilles Villeneuve. Io gli volevo bene.”.

Dopo quasi quarant’anni sembra che questa storia voglia ripetersi, magari arrivando al suo più dolce epilogo. Quest’anno in Ferrari ad affiancare il quattro volte campione del mondo Sebastian Vettel non c’è un altro campione come Raikkonen lo scorso anno, o una efficace seconda guida come Felipe Massa, no, al fianco del tedesco c’è un ragazzino, 21enne, poca esperienza, faccia pulita, si chiama Charles Leclerc e i ferraristi, sembra, gli vogliono bene. Un po’ come Gilles. I tifosi della “Rossa” vogliono bene a Leclerc, quasi come se fosse un fratello, o un figlio nel caso dei più grandi, a Charles è concesso sbagliare, lui può perché deve imparare, mentre il suo compagno deve essere perfetto, è obbligato a vincere. L’affetto dei ferraristi per Leclerc è sincero, autentico, inconsapevole, non è giustificato da vittorie o podi, sarà forse per la sua umiltà, il suo sguardo timido quando si aggira nel paddock in mezzo ai “grandi”, che diventa poi da predatore estremo quando infila il casco, oppure sarà per il futuro radioso che sembra appartenergli. Leclerc è stato scelto dalla Ferrari, ma soprattutto l’hanno scelto i ferraristi, come se in lui inconsciamente rivedessero Gilles, e sperassero che Charles possa diventare ciò che Gilles poteva, ma non è stato. La stella di Charles sta nascendo, è incompiuta, come la gara in Bahrain che stava per regalargli la prima vittoria in F1 e con la Ferrari, e con un destino beffardo che gli ha fatto rallentare il motore quasi come a dire: “No, ancora non è il momento”, nella speranza che un domani questa stella sarà la più luminosa di tutte. Leclerc avrà il suo tempo, il suo spazio, crescerà, senza fretta e senza ansia, perché i ferraristi vogliono il meglio per lui, e non è per la scuderia che rappresenta, ma perché gli vogliono bene. Perché vogliono bene a Charles Leclerc.

Articolo di:

Mario Scherillo facebook | instagram